Immaginiamo, con una punta d’ironia, che un giorno un algoritmo cancelli Dante dai social network. Il motivo? La parola “inferno”, evidentemente inadatta ai filtri automatici. L’algoritmo, zelante ma privo di senso dell’umorismo, agisce senza avvisare nessuno. La correzione arriva, ovviamente, in ritardo. È solo una fantasia, certo, ma non troppo lontana dalla realtà. Quello che vediamo online – notizie, opinioni, persino pubblicazioni letterarie – passa sempre più spesso attraverso decisioni prese da algoritmi. È un fatto noto: meno noto è come il diritto stia cercando, spesso affannosamente, di regolare questa nuova realtà.
Dal fax agli algoritmi, con affanno
Quando le prime norme su Internet furono scritte, la rete sembrava ancora qualcosa di gestibile: un territorio digitale di utenti, provider e contenuti chiaramente distinguibili. La direttiva europea sul commercio elettronico del 2000, il GDPR nel 2016, fino al recente Digital Services Act, mostrano come l’Europa abbia tentato di adattare vecchi strumenti normativi a un mondo digitale sempre più complesso. Il problema? La rete corre, e il diritto cammina.
Opacità digitale e diritti umani
Una delle sfide più importanti è quella della trasparenza nelle decisioni automatizzate. L’art. 22 del GDPR stabilisce che nessuno dovrebbe essere sottoposto esclusivamente a decisioni automatiche capaci di produrre effetti giuridici rilevanti senza possibilità di contestazione. Ottimo principio, ma nella realtà, le piattaforme fanno leva sulla complessità degli algoritmi per limitare di fatto questo diritto. La domanda è semplice: come garantire davvero trasparenza e controllo quando nemmeno i tecnici comprendono appieno il comportamento delle loro creazioni?
La giurisprudenza italiana ha cominciato a muoversi timidamente: il Consiglio di Stato ha dichiarato nel 2021 che anche un algoritmo deve rispettare principi costituzionali di motivazione e imparzialità. Ma spesso queste sentenze restano astratte, belle sulla carta, meno efficaci nella realtà quotidiana.
L’Europa detta il ritmo (ma a quale costo?)
L’Unione Europea ha preso sul serio la sfida regolatoria digitale, cercando di trasformare Bruxelles nella capitale globale della compliance tecnologica. Digital Markets Act, Digital Services Act e il futuro AI Act provano a impostare standard globali, obbligando anche i giganti americani e cinesi a modificare le loro policy. Ma l’“effetto Bruxelles” non piace a tutti. Gli Stati Uniti lo vedono come una tassa indiretta sulle loro aziende, la Cina lo ignora elegantemente, puntando a creare un ecosistema alternativo sovrano e chiuso.
Italia: un laboratorio pigro
In Italia, le autorità indipendenti – Garante Privacy, AGCM – cercano di intervenire con buoni propositi e strumenti limitati. Emblematico il caso TikTok, sanzionato per problemi legati alla tutela dei minori. Tuttavia, manca ancora una visione nazionale solida. L’Italia segue Bruxelles, ma raramente anticipa. Forse è giunto il momento di una strategia più ambiziosa.
Ripensare il diritto, ma con ironia
La vera sfida per i giuristi contemporanei non è solo aggiungere nuove norme. È ripensare il diritto stesso come sistema fluido, capace di adattarsi senza perdere rigore. Non servono solo nuove regole: serve un nuovo atteggiamento. Un diritto che non si prenda troppo sul serio ma che prenda sul serio il mondo in cui opera. Servono giuristi che sappiano scherzare con gli algoritmi, senza farsi dominare da essi.
La sfida è aperta
Il digitale non è più un mondo parallelo: è il mondo reale. E il diritto deve imparare a parlare la sua lingua, anche quando questa è fatta di codice e algoritmi. Regolare il digitale non significa censurarlo, ma renderlo trasparente, comprensibile e, soprattutto, umano.
Non sarà facile, ma è necessario. E magari, la prossima volta che un algoritmo deciderà di censurare Dante, avremo già pronta una buona battuta. E, perché no, anche una buona norma.
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